Incontro del 07/06/2013

Giovani

 

Non è bene che l'uomo sia solo

 

“NON E’ BENE CHE L’UOMO SIA SOLO”

(Genesi 2,18)

È una affermazione di grande importanza antropologica.

È un discorso che ha un grande sviluppo nella Bibbia.

L’essere umano è strutturalmente comunitario e dialogico.

È stato pensato a immagine di Dio.

Dio è in se stesso una realtà dialogica:

            tre persone divine che si amano e reciprocamente si donano.

Per questo la persona umana non è chiamata da sola, ma sempre in una comunità di relazioni.

Proprio perché dialogica, la persona umana è al tempo stesso ricca e povera: ha bisogno di dare e di ricevere.

Il saper dare è importante come il saper ricevere.

“Sarei certo di cambiare vita,

se potessi cominciare a dire noi”

(G. Gaber)

 

Fraternità.

            Come cristiani siamo chiamati a vivere, in particolare, quella profonda relazione umana che si chiama fraternità.

È diversa da un gruppo di amici.

Gli amici si scelgono, i fratelli li trovi.

 

I fratelli li riconosci perché figli dello stesso padre.

L’origine della fraternità è verticale.

Dalla fraternità che discende da Dio non può essere escluso nessuno.

 

“Dovessi scrivere io un trattato di morale, avrebbe cento pagine,

novantanove delle quali assolutamente bianche.

Sull’ultima poi, scriverei:

conosco un solo dovere ed è quello di amare.

A tutto il resto dico no …..

Si, perché questo mondo senza amore è un mondo morto

e giunge sempre un’ora

in cui ci si stanca delle prigioni, del lavoro,

del coraggio per reclamare il volto di un essere

e il cuore meravigliato della tenerezza …….

Chi non dà nulla non ha nulla.

Non essere amato è una sfortuna.

Non saper amare è una tragedia”

(Albert Camus)

 

La strada dell’amore.

            Proviamo a tracciare i sentieri e indicare i passi dell’amore.

Indichiamo quattro sentieri che possiamo così nominare:

divenire uno, per l’altro/a, nello spazio e nel tempo

 

1) DIVENIRE UNO,

            E’ la dimensione personale dell’amore

Essere persona è una totalità di anima e di corpo, di spirito e di carne.

È importante, è necessario e decisivo riconoscere la duplice dimensione della persona: spirituale e corporea.

            Questo riconoscimento  ci fa stare allerta circa i pericoli opposti dello spiritualismo e dell’erotismo.

Nell’uno e nell’altro caso una dimensione della persona viene censurata: la persona viene ridotta a metà, o solo spirito o sola materia.

            Diventare uno, unificarsi, significa riconoscere il corpo quale dimensione essenziale ed espressiva della persona.

E’ importante è che ci sia corrispondenza tra ciò che si esprime con il corpo e ciò che realmente si vive.

            L’amore in generale, soprattutto l’amore di coppia deve tendere a far si che ci sia corrispondenza tra il gesto e il livello di comunione esistenziale raggiunto dalla relazione; livello che è non misurato solo dall’attrazione erotica e dall’intensità sentimentale, ma riguarda l’impegno alla comunione di vita, la condivisione delle scelte, del tempo …

            Appare, allora, ragionevole che alla massima espressività corporea debba corrispondere la comunione integrale di vita e di amore.

L’amore vero esige la totalità, coinvolge tutta la persona.

 

2) Divenire uno PER L’ALTRO/A

        E’ la dimensione interpersonale dell’amore.

Amare è fare dono di se stessi, spirito e corpo all’altro/a.

Il dono è possibile non solo dove l’io si dona, ma dove c’è un tu che lo riceve.

            Un tu che, per poter accogliere il dono integrale, deve essere a sua volta integrale, presente in spirito e corpo.

            Ciò esclude ogni riduzione dell’altro al suo corpo, come invece avviene in modo eclatante nella pornografia e nella prostituzione, perché la dignità di uno viene sacrificata alle voglie dell’altro

Riconoscere l’altro/a nella sua integrità significa anche riconoscerlo nella sua differenza.

Questo invita ad escludere ogni forma di subordinazione e di dominio dell’uno sull’altro/a, di piatta parità, di semplice complementarità.

            È necessario accedere invece alla reciprocità del dono di sé.

Ciò implica la responsabilità di ciascuno nel riconoscere e promuovere il reciproco. 

La reciprocità mette in moto una dinamica relazionale che privilegia la sollecitudine verso l’altro.

L’antropologia della reciprocità è profondamente connotata dalla responsabilità per l’altro/a.     

Non basta l’esserci dei due; non basta nemmeno l’essere con l’altro; è necessario il reciproco essere per l’altro.

            L’amore vero è incontro con l’alterità

 

3) Divenire uno per l’altro/a NELLO SPAZIO.

       È la dimensione socio-istituzionale dell’amore

Qualsiasi relazione d’amore non si svolge in uno spazio vuoto, ma entro una società e una cultura. 

            L’espressione verbale e gestuale dell’amore è possibile per via del linguaggio che la cultura in cui si vive mette a disposizione.

            L’amore vero non è mai una realtà privata, individuale ….

ha dentro una dimensione comunitaria

 

4) Divenire uno per l’altro/a nello spazio e NEL TEMPO.

            E’ la dimensione temporale dell’amore

            Unificarsi e donarsi all’altro/a non è un atto istantaneo e puntuale, ma per la natura stessa della persona, richiede tempo.     

Il senso di un gesto o di una parola si tesse nel tempo.

Che cosa è una carezza: dolcezza o intrusione? Un bacio: tenerezza o tradimento?  L’intimità sessuale: comunione profonda o avventura effimera?

La necessità del tempo per dire il senso di un gesto invita a riconoscere la fedeltà non come la tomba, ma come ciò che rende evidente l’amore vero. Solo il tempo consente all’amore di incarnarsi.

Al tutto subito dell’era dei consumi, l’amore preferisce l’attesa e la perseveranza.

Ogni relazione non è uno stato invariabile, ma un divenire che, come tale, potrà conoscere, insieme alle auspicabili progressioni, anche fissazioni e regressioni.

La bontà di una relazione si deve misurare sul cammino che viene fatto nel tempo e nella fedeltà.

 

 

Dice J. Vanier

Amare è una parola sconvolgente:

è interessarsi veramente a qualcuno;

è rispettarlo com’è, con le sue ferite, le sue tenebre e la sua povertà,

ma anche con le sue potenzialità, con i suoi doni nascosti;

è credere in lui;

è nutrire verso di lui una speranza folle;

è gioire della sua presenza e della bellezza del suo cuore,

anche se resta ancora nascosta..

 

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